Internet è senza controllo?

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Iran: maledetta teocrazia

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FESTINI

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IL DOPO SUMMIT

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Mirella Manocchio

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Barack è il messaggio

13 Luglio 2009 Nessun commento

 

Soltanto un uomo con la sua storia e il suo volto sarebbe potuto saltare dal Vaticano al cuore più nero della turpitudine coloniale bianca e dire all’Africa quello che ieri Obama ha detto in Ghana: "Yes, you can".         

Sì, voi potete farcela. "Voi", con il nostro aiuto, non "noi", europei, americani, o asiatici. Non c’è molto che il mondo esterno, i club degli Otto, o Quattordici, o Venti, o quanti decideranno di essere i ricchi del mondo, possa fare per le nazioni africane, se non saranno le nazioni africane a scuotersi e a seguire l’esempio della terra detta del "Re Guerriero", appunto del Ghana.

Il ritorno al paese del figlio che ce l’ha fatta, anche se non fu la terra degli Ashanti, il Ghana, a dare origine alla famiglia paterna di Obama, ma il Kenya evitato per il caos sanguinoso interno, ha molto più di un facile valore simbolico e della carica umana di una folla in estasi. Altri leader politici hanno stanziato aiuti generosamente, come fecero Clinton e Bush, hanno espresso lo stesso concetto della "self reliance", del contare su se stessi, magari dimenticando che si domanda all’Africa di scavalcare montagne che i predicatori ancora innalzano, dalla Cina agli Stati Uniti, per succhiare le risorse del continente.

Ma per la prima volta da quando l’uomo bianco mise piede su questa costa, la persona è il messaggio. La testimonianza ha un volto reale – e intenzioni personalmente sincere – che può rompere il comprensibile scetticismo dei popoli africani verso quei distratti benefattori che si dimenticano di staccare gli assegni. Magari adducendo il pretesto che tanto, in quelle nazioni corrotte, i soldi dei poveri europei finiscono nei conti in Svizzera dei ricchi africani. Come se soltanto i ras tribali del Sub Sahara avessero conti numerati e società matrioska in Svizzera o in Lussemburgo.

Obama è una "piccola Africa" lui stesso, un uomo nato nelle condizioni più sfavorevoli che l’America del Nord potesse offrire, chiuso nel ghetto della propria pelle. Mezzosangue; figlio di una madre poco più che "sedotta e abbandonata"; sballottato attraverso le Praterie, il Pacifico, l’Indonesia, le Hawaii; portatore di un nome che sarebbe divenuto, dopo l’11 settembre, tossico, come Hussein. Sempre esposto alle tentazioni della strada e ai richiami di una comunità di colore che ancora diffida e disconosce il nero che vuole "comportarsi da bianco". E alla fine sarebbe diventato "il Re Guerriero", il Presidente della più potente tribù della Terra. Dunque può dire a chiunque, sia esso un Ghanese o un orfano della South Side di Chicago: "yes, you can". Se io ho potuto, così puoi tu.

E’ lo stesso tasto sul quale, accolto con freddezza iniziale, battè nel suo discorso elettorale alla Naacp, la lobby dell’America di colore, quando disse che il tempo delle lamentazioni, del vittimismo, dei rancori era finito e ai giovani "black" americani erano aperte occasioni di successo, di studio, di promozione sociale, che i loro genitori non avrebbero neppure potuto sognare. E che spettava alle famiglie, soprattutto ai padri, assumersi la responsabilità di strappare i figli ai "videogame" e inchiodarli al quaderno dei compiti.

Come il club dei ricchi che si credono "grandi" non possono cercare alibi alla loro indifferenza davanti alla catastrofe di quella parte di umanità che essi continuano a dissanguare, così il triste club dei poveri deve trovare in sé la forza per sfruttare al meglio le proprie risorse umane e materiali, dice all’Africa il figlio tornato per un giorno alla casa del padre. Il Ghana era stato ribattezzato dai predoni di Sua Maestà britannica "la tomba dell’uomo bianco" per la strage, fatta da zanzare e malattie tropicali ignote, dei pallidi mercanti di Londra. Obama offre ai propri fratelli di essere, se lo vorranno, lo strumento per la resurrezione dell’uomo nero.

Fonte: La Repubblica

autore Vittorio Zucconi

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